EVENTI


 

NOWHERE - IMPRESSIONI DI TEL AVIV AD ABITARE IL TEMPO 

 

Verona 17.09.2009

Nella sezione Linkingpeople, Nuovi spazi per l'ospitalità, durante Abitare il Tempo, la manifestazione di design e arredo di interni che si svolge annualmente a Verona, è stata presentata l'installazione Nowhere, un progetto curato dall'architetto Gianni Veneziano che per le stampe dei pannelli semitrasparenti di grandi dimensioni innovativi e sperimentali realizzati dalla ditta Backstage e per il pavimento realizzato dalla ditta Mosaico Digitale ha utilizzato le foto realizzate da Turchet in occasione del centenario della fondazione di Tel Aviv.
Anche l'uso dei materiali innovativi leggeri e duttili, le forme morbide e avvolgenti, le luci cangianti, le proiezioni, i laser, la colonna sonora elettro, ricordano le atmosfere dei locali sulla spiaggia di Tel Aviv.
l'installazione ha riscosso particolare successo da parte del pubblico e della stampa e sarà tra gli elementi dei prossimi eventi Israele Oggi.

Nowhere
A cura di Gianni Veneziano in collaborazione con Veneziano+Team
Aziende: Afos Design, Backstages, Mosaico Digitale
Sponsor tecnici: Martinelli Luce, Puresound
Video-art: Francesco Arena
Art and photo: Maurizio Turchet
Model: Beatrice Carmi
Clothes: Piyapong Thongpetch

Foto installazione Nowhere 


 

CITY BREAK - TEL AVIV 100 

Nel Maggio 2009, in occasione del centenario della fondazione di Tel Aviv, Turchet ha effettuato un percorso fotografico nelle strade della Città Bianca nello spazio del week end successivo al Giorno dell'Indipendenza d'Israele. Il soggetto prevalente di questa ricerca è l'architettura quale omaggio alla città fondata 100 anni fa, nata dalla sabbia a seguito di un progetto di vita.

 Gallery foto di Tel Aviv


 

 

LA COLLINA DELLA PRIMAVERA

Di Isabella Cairoli
Tel Aviv, Maggio 2009

 

Chiamata anche la Città Bianca per la sua distesa solarità e la presenza di numerosi edifici ispirati dall’architettura Bauhaus, Tel Aviv è il volto israeliano laico, postmoderno, indifferente alle dispute religiose che si vivono a pochi chilometri nella vicina Gerusalemme. Scanzonata e tollerante, in grado di esorcizzare con una palpabile vitalità i gravosi pensieri sulla sempre delicata situazione politica del Paese e la convivenza con il mondo arabo. Ancora prima del 1900, piccoli gruppi di ebrei che risiedevano nella vicina antichissima Jaffa iniziarono a spostarsi verso nord, ma viene considerato anno ufficiale della sua fondazione l’anno 1909 quando, guidate dal futuro sindaco della città Meir Dizengoff, sessanta famiglie ebraiche allora residenti a Jaffa decisero di unirsi a questo piccolo nucleo nascente, sapendo guardare con occhi fiduciosi le centinaia di metri di sabbiose dune costiere subito fuori dalla vicina città araba, che aveva già dimostrato di saper resistere alla storia, ma era divenuta ormai troppo limitata e soffocante anche per le frequenti tensioni con i suoi più antichi abitanti.

Dizengoff, originario di una piccola città della Bessarabia, fervente sostenitore di Theodor Herzl, già uomo d’affari in Palestina anche per conto della famiglia Rothschild, prepara la realizzazione di questo sogno fondando nel 1905 la Gheulla Company per acquistare appezzamenti di terreno deserto e sabbioso dagli arabi attorno a Jaffa, dove poi inizierà a sorgere la neonata Tel Aviv, che voleva diventare una moderna città ebraica in Palestina. Anche se il suo sviluppo non fu così sereno e scontato, sia per la presenza di attriti con la popolazione araba circostante, la dominazione inglese e l’arrivo discontinuo degli immigrati dall’Europa e di chi scappava dai territori circostanti, l’idea iniziale fu quella di ispirarsi nella sua progettazione alla città giardino sul modello inglese.

Oggi, inscritti nella mappa eccentrica della città e nei suoi edifici, possiamo leggere i segni di questo racconto: l’aspirazione a disegnare una città moderna, studiata, e i contrattempi della storia, il suo accadere, in barba ai progetti degli uomini. Il desiderio di somigliare forse ad una bella città europea e lo spirito israeliano pragmatico, istintivo, poco incline a perdere troppo tempo nella cura di particolari estetici, come la manutenzione di una facciata. Nel 1933 a Dessau, in Germania, viene chiusa l’Università della Bauhaus dal regime nazista nascente, oppostosi allo sviluppo di questa scuola di architettura ed arte, nata dalle macerie della prima guerra mondiale grazie alla vena di interpretazione profondamente modernista di Walter Gropius, sin dagli anni ’20. L’accusa è quella di servire da copertura per alcuni artisti legati al comunismo russo. Questo stile, fondato su principi di egualitarismo, semplicità ed essenzialità, fu portato nella nascente Tel Aviv da alcuni architetti europei, assieme ai principi socialisti ispiratori. Vennero realizzati circa 4000 edifici Bauhaus, dei quali però oggi sono da considerarsi in buono stato solo poco più di 300, nonostante la città sia stata dichiarata sito Patrimonio dell’Unesco nel 2003.

Mentre nell’Europa sempre più accecata dalla furia nazista glii ebrei si vedevano progressivamente privati di tutti i diritti umani, sino al tentativo di annientamento totale, in un altro luogo nel mondo, caldo, sbiadito dal sole, stavano nascendo nuove città, un nuovo stato. Nei filmati dell’epoca vediamo zelanti muratori e carpentieri al lavoro, famiglie di neoimmigrati dalla chiara pelle europea che familiarizzano con il sole totale, il mare, le spiagge. E’ una città nuova dagli spigoli smussati, bianchissima.

La Collina della Primavera, incontrata di primavera, si apre in un chiaro abbraccio di mare e sole non ancora torridi. La giovanissima città festeggia il suo primo secolo e non sembra interessata ad assumersi alcuna responsa- bilità nel compiere 100 anni, così come quella di essere un sito Unesco: la Bauhaus severa e bianca, weimeriana, si scopre sdrammatizzata dal reinnesto in una calda città mediorientale, disordinata, irriverente, dove nessuno si prende sul serio ed è raro vedere qualcuno girare in giacca e cravatta. I balconi delle case sembrano poter offrire ospitalità ad oggetti di ogni sorta: biciclette appese alla ringhiera, sedie in sospeso nel vuoto, fiorellini colorati che patiscono il caldo e la polvere, nani da giardino, un panino gigante tipo sandwich in cartapesta farcito di un pupazzetto nero con le lunghe braccia e gambe a penzoloni, edera rampicante lasciata allo stato selvaggio, librerie vuote o altra mobilia, cassoni dei condizionatori, bandiere israeliane in onore dello Yom HaAzmaut, sino ai banali panni stesi ad asciugare. Scendendo dall’ultimo tratto di Allenby Street, tutte le vie portano al mare: se ne sente il profumo e, dopo poche centinaia di metri, il lungomare con lo skyline che la fa somigliare ad una città californiana si dispiega in tutta la sua generosa lunghezza.

La spiaggia di sabbia chiara, finissima, raccoglie durante la settimana chiunque voglia approfittarne: studenti in pausa rilassante, coppie, famiglie, single accompagnati dall’inseparabile cane e persino alcune giovani arabe che tentano di rinfrescarsi sul bagnasciuga pur non rinunciando ai lunghi e coprenti abiti. Il lungomare ampio e curato, percorrendo il quale si può arrivare fino a Jaffa, è un invito praticamente irresistibile per amanti del jogging che corrono con l’iPod alle orecchie, pattinatori, ciclisti, genitori o nonni con passeggini, turisti e viaggiatori con lo zaino in spalla e tanta voglia di sole. Alcuni tratti di spiaggia ospitano numerosi giovani e giovanissimi surfisti, richiamati al largo dalle onde vigorose che sfidano, per poi farsi riportare a riva e ricominciare. Poi, qualcuno si prende una pausa e rientra a casa col surf sottobraccio, i piedi nudi e la muta slacciata fino alla cintura per le vie della città. Col calare della notte, i bar e localini sulla spiaggia che durante il giorno servono fresche insalate, felafel, hummus e bagels per uno spuntino o un pranzo davanti al mare, si allungano fino al bagnasciuga con una scia di tavolini, lampade colorate, candele e profumo di narghilé. Lo stesso vale per lo shabbat quando, anche d’inverno, la laicissima Tel Aviv invita al relax nei bar sulla spiaggia tutti i suoi abitanti, che accorrono numerosi a stiracchiarsi le gambe al sole, allungando l’abbondante colazione israeliana per diverse ore tra una shakshuka, una spremuta di pom- pelmo, sandwich e waffels, dopo una passeggiata di shopping nelle affollatissime King George Street, Sheinkin e nel centro Dizengoff.

Persino chi veste abiti religiosi, in giro per la città, appare più casual e meno convincente dei propri vicini di casa a Gerusalemme. Distrattamente ortodossi. L’abitudine di soffermarsi nei numerosissimi caffè all’aperto disseminati per la città, scoperti sotto insospettabili condomini di tranquille vie residenziali, così come sparpagliati per i viali più densamente percorsi da traffico e persone, vale anche per i normalissimi giorni lavorativi, in cui l’atmosfera di informalità e leggerezza trasmette la costante sensazione di sentirsi sempre in vacanza. Se ci fosse uno stressometro, per intenderci, il suo ago sarebbe molto vicino allo zero.

Gli sherut caricano passeggeri in qualunque punto delle strade anche più trafficate, autobus rumorosi strombazzano con molta facilità, e così tutti gli automobilisti e i taxisti. In città, inizia la moda dei grossi scooteroni: un ragazzo mostra ad un amico il suo, nero, nuovissimo, ancora lucido, prima che si lasci coprire dalla polvere del traffico e dalla sabbia, come quasi tutti gli altri veicoli in circolazione. Le Crocs sono la calzatura ufficiale, anche queste possibilmente un po’ impolverate. Negozietti di bevande, alcolici e superalcolici, snacks, sigarette restano aperti tutta la notte, come fari dai bagliori di luci blu al neon accesi anche per le vie della periferia, dove qualcuno resta affacciato alla finestra preferendo Tel Aviv alla tv. Un violinista ambulante suona sulla trafficata Allenby e la sua musica sembra venire dalle case diroccate all’incrocio con Bialik street, che ancora ospita la casa del poeta e la sede operativa dello Yiddishpiel di Shmuel Atzmon. Il quartiere yemenita è invaso dal sole e dal profumo delle spezie dei ristorantini aperti sulle vie pedonali, dai colori delle bouganville dai balconi e delle tende tirate da una casa all’altra per creare un po’ d’ombra. Il mercato Karmel trabocca di frutta e verdura dalle dimensioni e colori che solo una terra generosa di sole può proporre. Frutta secca, datteri, pistacchi e semi di zucca fragrantissimi da masticare passeggiando per la città e poi verso la spiaggia.

Nel ristorante Orna and Ella, in Sheinkin Street, ricavato in una casa Bauhaus dominata dall’essenzialità del bianco e delle forme dirette, dalla raffinata cucina fusion che caratterizza lo stile israeliano formato da un melting pot di culture, cenano anche tranquille coppie gay. Si prova la sensazione quasi onirica di sostare in un luogo solo bianco, dalle semplici sedie in legno e dal pavimento come quelli delle vecchie case lombarde, le case dei nonni, qui valorizzati orgogliosamente come arredamento di sobria eleganza, mentre fuori vive e pulsa Sheinkin, il cuore bohemien della città, dai negozietti trendy e colorati dei giovani stilisti israeliani aperti sotto le facciate trasandate delle case che si scrostano e sembrano sul punto di sgretolarsi, che accoglie ad ogni ora gente nei suoi caffè all’aperto. La sosta in questa via è un must per la colazione israeliana di Shabbat dei giovani abitanti e dei viaggiatori di passaggio, che cercano di catturare un po’ di quella spensieratezza per portarsela a casa, almeno nell’immaginazio- ne. Suona l’ultima canzone di Idan Raichel. La città che non conosce pregiudizi è un mondo possibile, là dove cento anni fa erano solo poche case di alcuni coraggiosi sognatori e dune aride di sabbia. Oggi, se una via verso il mare suonasse forse un po’ troppo scontata e normale, qualcuno potrebbe pensare di appenderci alcune paia di scarpe usate, a penzoloni, ai fili della luce.

Isabella Cairoli 

 

Collina della primavera è il significato del nome Tel Aviv. Yom HaAzmauth, Anniversario della fondazione dello stato d’Israele (14 maggio 1948).
Shakshuka, piatto israeliano a base di uova, peperoni, sugo di pomodoro, peperoncino e spezie.
Sherut, taxi collettivi che possono caricare una decina di persone.

 

 

Catalogo: ADI Edizioni 


 

ISRAELE 60

 

 

Milano, Ottobre 2008

Il primo episodio espositivo di Israele Oggi è stato presentato nell'Ottobre 2008, presso il Museo Diocesano della Fondazione G.Colombo in Piazza San Marco 2 a Milano, in occasione del 60° dell'Indipendenza dello Stato d’Israele. Si è trattato di un'introduzione generale alla realtà geografica del Paese a seguito del viaggio di studio organizzato dall'Associazione Amici d’Israele.

Il tema principale di questo primo percorso, composto da fotografie effettuate da Turchet e realizzato in fine art prints, è stato la scrittura, segno di un progetto e di una realtà vivente. 

Gallery mostra fotografica Israele 60

Parallelamente alla mostra fotografica è stata esposta la straordinaria collezione di documenti storici curata da Federico Steinhaus che ripercorre la storia e la nascita dello Stato di Israele fino al contesto attuale.

Nel corso dell'evento il filosofo Haim Baharier ha svolto una lezione di interpretazione biblica.
Miro Silvera ha letto brani di Forte come la morte è l’amore, 3000 anni di poesia d’amore ebraica, con un'introduzione di Sara Ferrari.
Anna Jencek ha presentato Shkav benì, Riposa figlio mio, un tributo a Herbert Pagani con un intrevento di Miro Silvera.
Yevgenya Kimiagar, Oliver Imig e Giovanni Cannata hanno eseguito Canti del giardino chiuso, un concerto di musica Israeliana.
Emanuele Carlo Ostuni ha letto brani di letteratura ebraica accompagnato dalle musiche di Hagit Halaf e Chiristoph Emmanuel.
In chiusura il professor Paolo De Benedetti ha tenuto una lezione sul tema biblico.

Gallery eventi Israele 60

Israele Oggi 60° è stato possibile grazie al patrocinio e al sostegno di: Commissione Cultura Comune di Milano Zona 1, Ambasciata di Israele, Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo, Israele 60, Comunità Ebraica di Milano. Grazie al contributo di Easy Israel, Ahava Italia, Keren Hayesod, alla collaborazione di Room Artecontemporanea, Belforte Editori e dei volontari dell'Associazione Amici d’Israele.

  

Catalogo: Aquilegia Edizioni